Oggi 17 Maggio 2020 è la Giornata Mondiale Contro l’Omotransfobia: la lunga strada per il riconoscimento e la tutela dei diritti delle persone LGBTQ+

Dott.ssa Maria Marino, Studio Napoletano di Psicologia Cognitiva

Un momento storico: Il 17 Maggio del 1990, l’omosessualità viene definitivamente eliminata dal manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali (DSM).

Con questo storico traguardo, l’orientamento sessuale viene ridefinito come uno spettro, all’interno del quale i diversi orientamenti rappresentano variabili fisiologiche, che non costituiscono perciò una condizione medica o di interesse clinico.

L’omosessualità non è più, dunque, una malattia, una deviazione, un disturbo mentale.

La derubricazione dell’omosessualità dal DSM è stata un passo fondamentale per la scienza e per la tutela della salute psicofisica delle persone omosessuali.

Definire l’omosessualità come una condizione normale, affrancando il concetto di “normalità” dal concetto di “maggioritario”, è stato un passaggio fondamentale, frutto di una lunga battaglia.

La decisione di eliminare completamente l’omosessualità dall’elenco dei disturbi mentali, affonda infatti le sue radici in molti anni di ricerche scientifiche, che evidenziano, da un lato, gli errori metodologici degli studi condotti fino ad allora, e, dall’altro, la mancanza di dati a sostegno che l’orientamento sessuale di per sé potesse costituire un fattore patologico in quanto tale. Non c’era alcuna evidenza, insomma, che una persona omosessuale fosse in qualche misura diversa o “meno” sana di una persona eterosessuale soltanto in relazione ai propri gusti e alle proprie preferenze sessuali.

I primi passi: Il primo tentativo di depatologizzazione dell’omosessualità risale al 1973, con un voto all’unanimità espresso dal Board of Trustees dell’American Psychiatric Association (APA), che si esprimeva chiaramente nel considerare la condizione di omosessualità come una condizione non medica e pertanto, delegittimando la presenza di quest’ultima all’interno del manuale dei disturbi mentali dell’associazione.

Nonostante l’unanimità del voto dei membri del board, gli oppositori a questa decisione indicono un referendum, chiedendo che la presa di posizione fosse estesa a tutti i membri dell’APA.

Si deve tenere presente che, in quegli anni, l’atteggiamento politico e socio-culturale era ancora molto conservatore e oscurantista nei confronti dell’omosessualità, anche in paesi come gli Stati Uniti d’America. Ricordiamo che solo pochi anni prima, nel 1969, ci furono i famosi moti di Stonewall - violenti scontri tra la comunità gay di New York e la polizia, che tanto significarono in termini di lotta e conquista per i diritti civili delle persone omosessuali.

Il contesto storico e culturale era dunque delicatissimo e si preparava una vera e propria svolta nei confronti di quello che era ancora considerato un tabù. Alla fine, gli oppositori interni all’APA riuscirono a indire il referendum, ma il risultato della votazione allargata fu lo stesso: l’omosessualità non è una malattia e pertanto deve essere eliminata dal DSM.

Ma i tabù, si sa, resistono, e gli oppositori al cambiamento del DSM non si arresero, sostenendo che la cancellazione di una categoria diagnostica non poteva basarsi su un voto, ma doveva avere solide basi scientifiche. Questa convinzione venne portata avanti in maniera paradossale, se si tiene conto che gli studi che sostenevano che l’omosessualità fosse una condizione patologica non avevano dimostrato, appunto, nessun valido fondamento scientifico.

Nonostante le resistenze, il processo di revisione scientifica e culturale era però ormai avviato e, con esso, il processo di cambiamento.

L’infondatezza degli studi a sostegno della visione dell’omosessualità come una malattia, era ormai stata evidenziata da una mole di studi e di revisioni scientifiche che ne rivelarono la mancanza di accuratezza e i vizi di fondo nella scelta dei campioni di studio, la mancanza di rappresentatività e di affidabilità, e quindi la loro totale infondatezza a supporto della tesi che l’omosessualità fosse una malattia.

Al contrario, emergeva con sempre maggiore chiarezza che l’orientamento sessuale non era di per sé un fattore di patologia ma anzi era un elemento perfettamente fisiologico, mentre i fattori di stress e di sofferenza mentale legati all’omosessualità erano secondari e legati proprio alle discriminazioni, allo stress e al basso livello di qualità di vita riservato alle persone omosessuali.

Il sostegno dei movimenti di liberazione: Nel frattempo, i movimenti politici di liberazione omosessuale contribuivano a dare una scossa all’opinione pubblica, cavalcando l’onda di un cambiamento ormai avviato: dai picchetti di Barbara Gittings negli anni ’60, ai moti di Stonewall, alla maturazione di forme di coming out e di lotta per i diritti sempre più organizzata politicamente e meno marginale, fino all’utilizzo dell’outing per smascherare l’ipocrisia e il bigottismo dello status quo politico e sociale, la lotta per i diritti civili era ormai avviata e avvalorata dalle scoperte scientifiche che affrancavano gli orientamenti sessuali, liberandoli da ogni etichetta medicalizzante.

Fu così che, attraverso una lunga lotta, la scienza riuscì a farsi strada e il cambiamento vide la luce: il 17 Maggio del 1990, l’omosessualità viene definitivamente eliminata da dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

Quindici anni dopo, il 17 Maggio 2005, venne istituita la prima giornata mondiale contro l’omofobia.

Oggi, a 30 anni da quello storico traguardo, in questo anniversario promosso dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, in molti paesi tanto è stato fatto, ma la strada per garantire diritti umani e civili e buona applicazione delle conoscenze scientifiche è ancora lunga.

Il nostro punto di vista: Alcune considerazioni in questo giorno importante, da persone e professionisti che considerano incompatibile la pratica psicoterapeutica con l’omofobia e l’omotransfobia…

Come psicoterapeuti appartenenti a una professione e a un ordine professionale basato su solidi principi etici e scientifici, ci sembra fondamentale, oggi come ogni giorno, fare riferimento all’articolo 4, Capo I, del nostro codice deontologico, al quale dobbiamo sempre attenerci, come essere umani e come professionisti che hanno il delicato compito di lavorare per promuovere il benessere psicologico della persona nel rispetto della dei valori e dell’identità che essa esprime.

L’articolo dice:

“Nell’esercizio della professione lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi […]”.

Ribadiamo quindi il nostro impegno, professionale, etico e scientifico, nel contrastare ogni forma di pregiudizio nei confronti delle persone LGBTQI e ogni applicazione fuorviante, insensata, antiscientifica e lesiva, della nostra pratica clinica e psicoterapeutica, che va declinata sempre e solo nel rispetto della persona.

L’omofobia e l’omotransfobia non sono tollerabili, sono incompatibili con la tutela dei diritti umani e civili e con la pratica scientifica, medica e psicoterapeutica. Ed è ancor più grave se l’omotransfobia viene espressa, praticata e non sanzionata, all’interno della nostra pratica professionale, prestando il fianco ad idee ormai anacronistiche e antiscientifiche che inquadrano l'orientamento sessuale minoritario come una condizione patologica, e quindi “da correggere”.

La tolleranza per la presenza di interventi riparativi è gravissima e va abolita, mentre ogni comportamento al di fuori della deontologia e dell’etica professionale va sanzionato.

L'orientamento europeo: In queste settimane, la Germania si è espressa chiaramente su questo tema, promulgando una legge che vieta e punisce ogni tipo di intervento e di terapia di “conversione” e “riparativa” per gli orientamenti sessuali, in quanto lesivi dei diritti e della dignità della persona e in quanto infondati scientificamente, dato che le condizioni legate all’orientamento sessuale, come l’omosessualità, non sono malattie, e quindi non c’è nulla da “riparare” o “convertire”, ma anzi tali pratiche minano solo la salute psicofisica del soggetto costituendo, esse, un grave pericolo e una grave violazione.

Ancora più di recente, la Svizzera ha dichiarato ufficialmente che l’omotransfobia è un reato e dunque perseguibile per legge.

Come persone e come professionisti, speriamo e lottiamo affinché l'Italia abbia il coraggio di seguire l'orientamento europeo – o almeno quello di una certa Europa- sulle politiche e le leggi per la tutela dei diritti delle persone lgbtqi e che venga fatta chiarezza sul fondamento scientifico, deontologico ed etico che deve orientare la pratica clinica, medica e psicoterapeutica.

Speriamo e ci battiamo, affinché le istituzioni e gli ordini professionali lavorino in maniera concorde, coerente e determinata, costruendo diritti solidi e chiari e sanzionando chi li vìola, sia come cittadino che come professionista, all'interno della propria pratica professionale.

A difesa dei diritti di tutti.

Perché, vale sempre la pena sottolinearlo, i diritti umani sono sempre i diritti di tutti, mai solo i quelli di una minoranza.

 

 

 

Giornata Mondiale Contro l’Omotransfobia 2020

#IDAHOBIT2020

 

Link di interesse:

 

https://www.nationalgeographic.com/amp-stories/stonewall-riots-50th-anniversary-lgbt-gay-pride-stories-resistance-resilience/

https://www.nationalgeographic.com/magazine/2017/01/explore-gender-glossary-terminology/

https://www.nationalgeographic.com/photography/proof/2015/07/27/intimate-portraits-survivors-discrimination-lgbt/

https://www.illibraio.it/la-diseducazione-di-cameron-post-916973/

https://www.mymovies.it/film/2018/boy-erased/